All’alba ogni dì rinasco,
come pioggia che da acqua
torna candida nuvola.
Capita a volte di sentirsi in trappola, in una stanza senza uscita dalla quale non ci si può liberare cambiando città, casa, partner, amici, vita, perchè quella stanza siamo noi.
Ci si sente in trappola in ciò che si è costruito di sé, nei ruoli che vestiamo ogni giorno, nelle maschere, nel nostro essere “figlio/a di”, “fratello/sorella di”; nel definirsi tramite il proprio lavoro, il proprio modo di essere, fare, parlare, pensare.
Si può arrivare a voler cancellare tutto di sé, a voler essere di nuovo carta bianca sulla quale scrivere.
E questo non perché si sia fatto chissà cosa, ma semplicemente perché, almeno una volta nella vita, può capitare di sentire di aver sbagliato tutto o anche no, ma di non voler essere più comunque ciò che si era.
Come un serpente che cambia la muta e la ringrazia e la abbandona, come un bruco che diviene farfalla, come tutto ciò che era e che non è più lo stesso.
La fine di una fase, di un ciclo, che nel momento in cui la si vive sembra portare solo a una chiusura.
In quel momento la disperazione è grande e oltre alla propria si sente il carico anche di quella degli altri e di una pesantezza di vivere che è condizione umana collettiva, suddivisa pro capite.
Ci hanno insegnato a risolvere i problemi quando riguardano il lavoro, le economie, la salute, la casa, la famiglia, etc. , l’esterno insomma; ma non c’è un manuale di istruzioni quando il problema siamo noi stessi, quando si vuole essere liberi da sé.
E si può credere che non ci sia possibilità di farlo, ci si può sentire fregati per sempre, come se ci fosse un’unica possibilità ormai bruciata.
Si ha paura di cambiare, delle reazioni degli altri, non si sa da dove partire, cosa tagliare e come fare e dove porterebbe un nuovo sé.
Ci si sente vittime di un destino, un karma, una vita già in parte costruita.
E invece no.
Ogni giorno si può.
Ogni giorno.
All’alba ogni dì rinasco,
come pioggia che da acqua
torna candida nuvola.
G.