La noce di Nacadamia

C’era un mattino un albero di noci piantato in un orto di Civita Superiore. Un bel giorno su quell’albero di noci comuni cominciò a spuntare una piccola noce. Quando aprì gli occhi la piccola noce si trovò spaesata e non poco. Era finita in un luogo sperduto dell’Italia, a due passi da Roma, ma lei era una noce di Nacadamia. Non sapeva proprio come avesse fatto ad apparire su quell’albero di noci comuni che apparteneva a nonno Renzo e nonna Antonietta. Eppure era nata proprio lì. Una cosa le era chiara, voleva assolutamente far ritorno a casa sua e al più presto. Così un giorno chiese aiuto a nonno Renzo. Appena lo vide passare di lì attirò la sua attenzione: “ehi, signore!!” Nonno Renzo, che era un po’ sordo e aveva un apparecchio acustico per sentire meglio le voci, all’inizio non capì tanto bene chi fosse a chiamarlo. “Ehi..signore..sono quassù, sull’albero di noci” esclamò la giovane noce di Nacadamia finita per caso a Civita Superiore.

Finalmente nonno Renzo alzò lo sguardo e capì che era una piccola noce a chiamarlo. Si avvicinò un po’, si stropicciò gli occhi, e poi, guardando meglio la piccola capì che c’era qualcosa che non andava. Eh no, proprio no. Quella piccola noce dagli occhi dolci non doveva stare su quell’albero, era troppo strana, troppo diversa da tutte le altre. Allora nonno Renzo le chiese: “ E tu chi sei e cosa ci fai su questo albero?” “Mi chiamo noce di Nacadamia” “Noce di Nacachè?” Fece nonno Renzo, che era un po’ sordo e non capiva bene le parole, tanto meno quelle che non aveva mai sentito prima. La piccola noce provò di nuovo: “Mi chiamo Noce di Nacadamia” “Nacacammia? E che è? Mai sentita” disse ancora nonno. “No.. Na – ca- da- mia” “Ah, ecco, Nacadamia! Mo ho capito” fece nonno Renzo nel suo dialetto civitino.
“Io vorrei tornare a casa, signore. Mi potrebbe aiutare a ritornare a Nacadamia?” chiese la piccola noce al vecchietto.
“Eh, bella mia, ma io non so do sta Nacadamia e so pure un po’ vecchietto e non cammino più con la macchina fino ai posti così lontani. Aspetta n’attimo, però- fece il nonno – ‘Ndonie- disse il nonno chiamando la nonna sua moglie- vie’ ‘mpo a sentì sta noce, deve ‘na in un posto ma io non lo conosco”.
Ed ecco arrivare vicino alla noce nonna Antonietta. “Aho, e tu chi sei? e che ci fai qui sopra? Mica sei ‘na noce normale tu, manco pe fa’ i dolci si’ bona”.
“No signora, ha ragione –fece la piccola noce- infatti mi chiamo Noce di Nacadamia e proprio al mio paese vorrei tornare, ho lì mamma, papà, fratelli e sorelle che mi aspettano. Come posso fare?”
Nonna Antonietta ci pensò un po’ su e poi disse “ah, lo so io come puoi fa’. Ah Re’, dovemo chiama’ Cristina e George. Loro lo possono sape’ do deve anna’ sta noce, hai visto come so strani, che magniano tutte ste robe strane, come se dice, so vegani. Loro lo sapranno, portamogliela”
Allora nonna Antonietta e nonno Renzo colsero la piccola noce dall’albero del loro orto e la portarono a Cristina e George. Loro capirono subito di che si trattava. Presero il camper, con la loro piccola bimba Moon e la piccola noce e si misero in viaggio per Nacadamia. Girarono posti meravigliosi, per tre giorni e sette notti, e alla fine del loro viaggio arrivarono a Nacadamia.
“Evviva, ecco il mio albero. Mamma, papà, eccomi sono tornata”- disse la piccola noce appena trovò l’ albero della sua famiglia. “Mamma, papà ,queste persone sono partite da Civita Superiore e hanno fatto un lunghissimo viaggio per riportarmi a casa. Io vorrei tanto ringraziarli”
La mamma e il papà di noce ci pensarono un po’ e poi proposero a noce di donare a Cristina, George e Moon un seme del loro albero.
“Ma sì- fece la piccola noce- loro lo pianteranno nell’orto dei nonni a Civita Superiore e così tutte le noci di nacadamia che si perderanno si sentiranno a casa anche lì”
E fu così che le noci di Nacadamia trovarono casa anche a Civita Superiore, nel grande albero che Cristina e George fecero crescere da quel piccolo seme donato.